Molti li hanno visti nascere, ma nessuno li vedrà morire. Semplicemente ultras!

E’ diventato sempre più difficile andare allo stadio. Un momento che prima si viveva con la spensieratezza e con il cuore pieno di gioia in attesa che la squadra della tua città calpestasse quel prato verde dove nascono i sogni e i ricordi indelebili di tanti ultras. Ultras, appunto.

Sono proprio loro il boccone amaro di uno Stato e di un sistema calcio sempre più marcio. Lo si capisce, lo si percepisce nell’area dall’inizio di una nuova settimana. Il lunedì per i gruppi organizzati vuol dire l’inizio di preparazione del match. Organizzazione, la parola d’ordine. Per l’Osservatori, invece, bisogna cominciare a trovare il modo di far andare meno persone possibili allo stadio il prossimo week end. Ma questa repressione è nata da lontano e ha invaso le curve d’Italia piano piano, quasi di nascosto. Ora è dilagante. Ora la repressione ha addirittura un volto, un profilo: gli ultras la riconoscono nella tessera del tifoso che, possiamo dire, racchiude tante ingiustizie. E’ su questo che si dovrebbe ragionare. La tessera non è piovuta in una situazione primitiva e incontrollabile per mettere a regime il caos primordiale di morti e feriti. Al momento della sua introduzione c’erano già divieti e restrizioni. Si cominciò con il biglietto nominativo il cui acquisto prevedeva, e prevede tutt’ora, l’esibizione di un documento di identità, l’assegnazione di un posto numerato e il divieto per i tifosi ospiti di accedere ad alcuni settori dello stadio. Nonostante queste limitazioni, unite all’istituzione di aree di pre-filtraggio fuori dagli impianti, seggiolini numerati, perquisizioni minuziose all’ingresso e altre alchimie incomprensibili, c’era già anche l’Osservatorio che il giovedì si riuniva e decideva chi poteva andare in trasferta. La tessera è stata introdotta come mossa ultima e definitiva. Lasciamo stare il fatto che sia nata come sistema di schedatura “civile” (??) e come lista dati, lasciamo stare che sia stata collegata alle banche, e che abbia inizialmente creato un discrimine tra buoni e cattivi, dove il cattivo magari è un “daspato” di cinque anni prima per introduzione di carta igienica o di un fumogeno. Doveva servire come estremo lasciapassare per seguire la propria squadra ovunque da fidelizzato e così non è. Un’idea geniale! A me, ad esempio, è capitato di entrare allo stadio e vedere padri con figli al seguito che devono sfilare davanti alla telecamera della Digos, tenendo vicino al volto in una mano la carta d’identità e nell’altra la famosa tessera. Oppure ho assistito a scene esilaranti ai botteghini, dove veniva negato l’acquisto del biglietto ad un signore nato nella vicina città della squadra ospite, anche se cresciuto e vissuto da sempre in quella ospitante.

Lo hanno sottolineato anche i gruppi organizzati della curva nord Maurizio Alberti di Pisa, tramite un comunicato stampa diramato dopo i fatti di Salernitana-Nocerina. Ma la tessera è solo l’ultimo tentativo di mettere il bastone fra le ruote del movimento ultras italiano. Dalla curva Fiesole, ad esempio, arrivano altre lamentele e segnalazioni. Gli ultras viola raccontano che la domenica, in casa, sono costretti ad entrare in curva due o tre ore prima del fischio d’inizio. Sono sottoposti al pre-filtraggio con la celere e gli steward che controllano zaini, documenti, tasche e ogni singola lettera di stendardi, pezze e eventuali striscioni. A Firenze viene controllato anche il materiale che i gruppi organizzati vendono sulle solite bancarelle allestite al momento per raccimolare un po’ di fondo cassa per le trasferte e per l’acquisto di materiale nuovo. Da Monza, poi, arriva una chicca davvero divertente. A questo punto non ci resta che ridere di fronte certe cose, come il taglio della punta dell’ombrello. Accade in curva Davide Pieri, ma in tanti altri stadi d’Italia, dove quando piove, prima di attraversare i tornelli, gli steward armati di sega spuntano l’oggetto «perchè così non è più un’arma», sostengono loro. A Pontedera, invece, un tifoso della Salernitana venne portato nella camionetta della celere perchè al controllo dei carabinieri non voleva lasciare le chiavi di casa fuori dalla curva. Si tratta di veri e propri abusi, limitazioni gravi dei diritti individuali e collettivi, per carità, il Paese ha ben altri problemi, eppure fa specie che nessuna voce si sia levata in loro difesa, sorge il dubbio legittimo che altri siano gli obiettivi perseguiti da chi gestisce il circo pallonaro e sollecita certe misure. Tutto ciò, infatti, fa male al calcio tanto, se non di più, quanto episodi come quelli che accadono tutte le domeniche e non vengono riportati da giornalisti pronti solo allo scoop dell’ultras violento. Non solo, è profondamente sbagliato e poco democratico, e rappresenta una vera e propria resa dello Stato che, incapace di individuare, giudicare e punire gli autori di reati ben più gravi, sanziona la maggioranza colpevole solo di non volersi rassegnare al divano e alle pantofole.

Risultato: stadi progressivamente svuotati e il calcio diventa sempre più del potere sottraendo tradizioni e antichi valori al popolo. Agli irriducibili, che subendo queste prevaricazioni si ostinano a voler seguire la propria squadra, viene impedito tout court di farlo, punto. Si vietano trasferte, si chiudono intere curve perché gli ultras hanno fischiato il calciatore di colore o hanno lanciato un coro di sfottò contro gli avversari. Questi, ed è bene che i vertici della Lega e i questori lo sappiano, sono i fattori principali che hanno incoronato il calcio come lo sport più amato dalla gente dello Stivale.

Luigi Di Martino